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Non guardo, non devo ma il vetro mi cerca, ed è ovunque:
Nel fondo del bicchiere, negli occhi dei poliziotti che ridono in salotto.
Ridono perché sono calmi, proprio come lo ero io, tre notti fa, con le mani nell'acqua della vasca, gelida.
Le bolle salivano; una due,cento,poi niente.
Solo il peso del suo corpo che smetteva di lottare.
L’ho portato al fiume l’acqua lo ha preso, forse l’acqua dimentica.
Menzogna:
L’acqua non dimentica mai.
Entro in bagno e il vetro si appanna, da solo.
Non c’è vapore, non c’è caldo è il suo respiro dall’altra parte, il respiro che non ha più.
Appoggio la fronte al vetro per non vederlo, ma vedo solo me, o quello che resta di me.
Gli occhi cerchiati, la bocca aperta senza suono.
Strofino col palmo, cancello il mio viso, ma lui resta dietro, pallido.
L’acqua gli cola dal mento, goccia a goccia e bagna il marmo anche qui, da questa parte.
I poliziotti bevono il mio brandy e uno mi porge uno specchio:
“Stai bene?
Sei bianca come un lenzuolo”
Bianca, sì.
Bianca come lui nella vasca.
Mentre guardo il vetro piccolo, vedo che il mio riflesso non mi segue.
Io sto ferma e lui alza una mano, lentamente.
L’acqua gli scende tra le dita, le bolle gli escono dalla bocca aperta e salgono, attraversano il vetro.
Scoppiano sulla mia pelle, fredde, una dopo l’altra.
Tic-tic-tic.
Non è l’orologio:
Sono le bolle.
Il vetro grande in salotto si incrina, una riga sottile, poi un’altra.
I poliziotti non se ne accorgono, ridono più forte, ma io sento freddo.
Sento il freddo della sua mano che preme contro il vetro dall’interno, preme sul mio viso, preme finché il riflesso non coincide più.
Lui sorride, ma io no.
Lui apre gli occhi occhi pieni di fiume, di notte, di buio.
E adesso la vasca si riempie da sola, lo sento.
Lo sento anche da qui, l’acqua sale, copre le piastrelle, arriva ai piedi del poliziotto che si aggiusta il colletto davanti allo specchio.
Non vede la mano bianca che esce dall’acqua dietro di lui, non vede che quella mano ha la mia pelle sulle nocche.
Il vetro non si rompe, cede come ghiaccio sottile a primavera.
E io cado dentro.
Cado nell’acqua che non dimentica, cado dove le bolle non finiscono mai.
Una, due, cento.
E lui, dall’altra parte, finalmente asciutto, si aggiusta i capelli al mio posto, mentre io affondo senza una parola da dire.